Meditiamo il Vangelo di oggi
«Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»

Meditiamo il Vangelo di oggi
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Meditiamo il Vangelo di oggi
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Meditiamo il Vangelo di oggi
«Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»

Gv 6,24-35
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Parola del Signore

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mons. Roberto Brunelli
Solo un adulto può capire davvero

Prosegue, nel vangelo di oggi (Giovanni 6,24-35), la concatenazione di fatti e parole cominciata la scorsa domenica con la moltiplicazione dei pani e dei pesci. La folla segue Gesù sino in città, a Cafarnao, ed egli sa bene il perché: sperano che egli continui a sfamarli. Glielo dice chiaro, con un invito: “Datevi da fare non per il cibo materiale, ma per quello che porta alla vita eterna. Credete in me!”
Per credere in lui, la folla pretende di vedere altri miracoli, magari qualcosa di simile a quanto è avvenuto (come narra la prima lettura: Esodo 16) agli ebrei liberati dall’Egitto, sostentati per quarant’anni nel deserto dalla manna, ritenuta “pane dal cielo”. Gesù proclama allora di essere lui il vero pane dal cielo: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”
Evidentemente Gesù ha davanti uditori ancora legati al pane materiale, cioè a una visione tutta terrena e umana dell’esistenza, e cerca di elevarli ad un livello superiore, inculcando la necessità di soddisfare un’altra fame, quella dello spirito, della quale non paiono preoccuparsi. Questo difficile dialogo ha duemila anni, ma potrebbe essere di ieri: quanti uomini e donne, e non soltanto nella fase della spensieratezza giovanile, hanno come solo orizzonte quello che vedono dalle finestre di casa o possono raggiungere con qualche ora di viaggio! Quanti e quante soffocano la loro vita interiore nella banalità quotidiana! “Ricevono regali e rose rosse per il loro compleanno”, cantava Mina, “dicon sempre di sì, non hanno mai problemi e son convinte che la vita è tutta lì”. E’ vero, per tanti, per troppi. Peccato che la canzone proponesse come alternativa alla banalità l’avere a che fare con un uomo “capriccioso, egoista e prepotente”: sarebbe questa la vita vera?
In realtà tutte le civiltà, nell’arco della loro storia, presentano una sia pur esegua minoranza di uomini che non hanno rinunciato a pensare, a interrogarsi sul senso della vita, proponendo le più disparate risposte. I cristiani si distinguono perché le considerano tutte più o meno manchevoli, e perciò si affidano alla guida non di un uomo, per quanto rispettabile, ma di Dio, che si è degnato di parlare agli uomini proprio per rivelare loro come condurre l’unica vita che abbiamo.
Ha parlato: ma come? quando? La Lettera agli Ebrei comincia così: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Ecco: Gesù è la Parola di Dio, e in tal senso è il pane della vita, in grado di soddisfare davvero e per sempre la mente e il cuore.
E’ una Parola che non si finisce mai di ascoltare, sia perché è di una ricchezza inesauribile, sia perché è l’unica che garantisce di condurre, giorno dopo giorno, al giorno senza tramonto. Eppure i destinatari, cioè gli uomini, sono sempre tentati di trascurarla, per seguire quello che sembra più attraente. Lo sapeva bene anche l’apostolo Paolo, che scrivendo ai primi cristiani (seconda lettura di oggi, Efesini 4,17-24) li esortava così: “Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri. Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti”.
Dunque, per conoscere la Parola, occorre evitare un doppio ‘sé, che si ripropone anche oggi. Nelle statistiche, in base alle risposte personali, per la stragrande maggioranza gli interpellati si dicono cristiani; ma sulle componenti della fede rivelano lacune abissali. Una delle ragioni: tutti sono andati al catechismo, abbandonandolo però con l’adolescenza e restando così con l’idea che la pratica della fede sia cosa da bambini. In realtà solo un adulto può capire davvero la divina Parola: ‘sé però non trascura di ascoltarla!

 

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