Papa Francesco:“È molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri.“
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Sacre Ceneri

Introducendoci al tempo quaresimale la Chiesa propone alla riflessione dei fedeli la lettura del brano del profeta Gioele nel quale Dio rivolge al popolo di Israele un forte richiamo: «Così dice il Signore: ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (2,12).
L’espressione con tutto il cuore indica il centro dei pensieri e dei sentimenti della persona, la radice delle sue decisioni, delle sue scelte e delle sue azioni. Ciascuno deve fare ritorno a Dio in totale libertà spinto dalla forza della misericordia divina che ha il potere di muovere il cuore dell’uomo perché abbandoni il male e si incammini sulla via del bene. Dice ancora il profeta: «Ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, pronto a ravvedersi riguardo al male» (v.13). Soltanto la grazia rende possibile il ritorno al Signore, perché la conversione è opera di Dio e scaturisce, ancora una volta, dalla sua misericordia.Una delle icone nelle quali tutto ciò si condensa e si esprime e che riescono a penetrare nella profondità di questo evento salvifico ci è offerta dal vangelo lucano con la parabola del figliol prodigo o del Padre misericordioso. L’arte nel corso dei secoli si è soffermata più volte su questa scena evangelica e ci ha consegnato preziose immagini e toccanti sculture di questo soggetto sacro.Arturo Martini è uno dei grandi maestri scultori italiani della prima metà del 900 che ha realizzato una di queste opere. Il figliuol prodigo è una scultura bronzea degli anni 20 del secolo scorso ed è uno dei grandi capolavori del maestro che visse in prima persona la condizione di un intenso nomadismo fisico e intellettuale, tanto da trasporre nella sua opera questa sua particolare condizione esistenziale.Nella scultura conservata ad Acqui Terme il padre è indossa un mantello mentre il figlio è seminudo ed è coperto soltanto di alcuni poveri stracci. Il degrado morale e spirituale in cui questi era sprofondato è reso chiaramente e in modo implacabile. Martini coglie i due nell’istante descritto da Lc al cap. 15, lì dove Gesù dice: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio» (v. 19).L’artista raffigura la parte conclusiva del cammino di ritorno del Figlio che giunge alla casa del Padre senza alcuna protezione, con il volto emaciato, la schiena smagrita, le gambe che a stento lo sorreggono. Egli è disponibile a ricevere il dono del perdono.
«Lasciatevi riconciliare con Dio scrive Paolo ai Corinzi ‒ .
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,20). Cristo si è fatto carico dei peccati di tutti i figli prodighi dell’umanità e, in fondo, dell’umanità stessa che si è allontanata da Dio a causa della disobbedienza dei progenitori e sperimenta il peccato e la morte. Con la sua oblazione Cristo ha riconciliato l’uomo con Dio e per questa ragione il padre di cui parla Gesù nella sua parabola accoglie il figlio che ritornato in vita e ritrovato con un abbraccio che lo avvolge pienamente.
Ciò che colpisce dell’opera di Martini è in particolare il gioco delle braccia e specialmente degli sguardi, penetranti, appassionati, carichi di emozione e di sincero affetto, che l’artista ha saputo rendere con semplicità e forza. L’abbraccio del padre e del figlio è infatti preceduto dallo sguardo intenso che entrambi si scambiano. I loro occhi si cercano in un muto dialogo. Il perdono crea una condizione nuova. La postura dei loro corpi definisce uno spazio fatto di volumi in alternanza di pieni e di vuoti.
Siamo di fronte a un’opera asciutta in cui Martini propone il cuore del racconto simbolico e concreto del vangelo che esprime il bisogno di riconciliazione, di perdono, di pace, che il mondo segnato dalle brutture della violenza e dell’odio, sente forte e a cui aspira ogni persona umana.
Nel tempo di Quaresima in modo speciale la Chiesa fa sue le «gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et Spes 1) e si incammina verso il suo Signore con la serena fiducia che Egli «rivela la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono»

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