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San Francesco d’Assisi

Francesco comparve improvvisamente, ventenne, prigioniero in un a guerra fra l’umbra Assisi e la sua rivale Perugia. Si era nel burrascoso periodo di transizione fra feudalesimo e comuni, e tali guerricciole erano frequenti. Francesco era, infatti, scialacquatore, ma non meno largo nel dare che nello spendere; ardito e originale fino alla bizzarria; piccolo di complessione ma infaticabile, profondamente sensibile alla musica e al colore, e con tutte le rapide reazioni di un temperamento artistico verso la malinconia e il sogno; italiano fino al midollo, ma affascinato dalla poesia francese e dai racconti cavallereschi dei trovatori, Francesco riconosciuto il più brillante fra i giovani del bel mondo della sua città, era sempre scelto a capo delle loro baldorie e conosceva ogni forma di licenza.. Tuttavia, se non m’inganno, egli si salvò dal partecipare completamente a ciò in cui si trovava immischiato, da quella specie di incantevole velo romantico che creava in lui la necessità di trasportare perfino la guerra, perfino l’amore, persino il vestire in un semimistico mondo immaginario. Dopo la sua cattura e la prigionia, durante la quale fu così gaio che i suoi compagni di sventura lo credettero quasi delirante, venne la reazione. Liberato, ma stremato di forze, appoggiato a un suo bastoncino si fermò a contemplare i cipressi e i vigneti di quel pezzetto di mondo che pare sempre avvolto in un velo d’oro, e si stupì che avesse mai potuto amarli tanto… ma l’animo antico riprese in parte il sopravvento. Partì per un’altra guerra, contro i tedeschi invasori. Ed ecco che gli avvenne, una mattina, nel dormiveglia, dopo che aveva sognato di un palazzo pieno di splendide armature dove una sposa lo attendeva, di udire una voce che domandava: «Che cosa è meglio: servire al servo o al Signore?» «Naturalmente al Signore!» «E allora perché far del servo il Signore?». Stordito, tornò ad Assisi; riprese la sua vita brillante ma gli accadeva di rimanere spesso bruscamente assorto nel bel mezzo delle feste. Aveva improvvisamente notato la povertà – la spaventevole povertà della plebe di Assisi che usciva dal nero squallore in cui viveva per contemplare quella gioventù dorata… I suoi compagni si burlavano di lui e gli chiedevano se era innamorato… Così era, e di una principessa più nobile, più amabile di quante essi avessero mai conosciute. Gli amici scoppiavano dalle risa; ma restava il fatto che egli aveva intravisto Madonna Povertà e aveva incominciato ad amarla. Ad amarla, anche se ancora tutta l’anima sua fremeva di orrore al solo pensiero di abbracciarla… Cominciò a pregare. Andò in pellegrinaggio a Roma, e non soltanto diede tutto il denaro che aveva ai poveri ma si fece egli stesso mendico per un giorno e ritornò ad Assisi ancora sconvolto e disgustato al ricordo dei cenci, della sporcizia, dei cattivi odori, della umiliazione patita. Sentì che doveva vincere queste impressioni – lentamente. Intanto non volle più dare l’elemosina di nascosto, atterrito al pensiero delle beffe della gente del «suo rango»: la diede apertamente, sulla soglia della sua casa. Ma questo non bastava! non colpiva abbastanza profondamente: era ancor sempre il gesto di uno che sta sopra, verso altri uomini striscianti ai suoi piedi. Egli doveva diventare l’uguale di quei suoi simili! Incontrò un lebbroso e, vincendo il ribrezzo, baciò la mano nella quale aveva posto il suo dono. E il lebbroso alzò il viso e diede a sua volta a Francesco il bacio della pace… Inconsciamente il passo decisivo era stato fatto. Per qualche tempo ancora si aggirò intorno al suo nuovo dominio di povertà. Vide una cappella in rovina, san Damiano. Udì una voce: «Francesco, riedifica la mia chiesa che va in rovina». Perdendo per un momento il senso del lecito, Francesco vendette una partita di merce di suo padre e portò il denaro al prete di san Damiano. Atterrito il brav’uomo lo rifiutò. Il padre di Francesco andò su tutte le furie, lo prese, lo batté, lo rinchiuse in casa e finì con lo scacciarlo, rinunciando a lui, così come egli rinunciava a tutto quanto aveva formato la vita per la quale era stato educato. Non capirete mai Francesco finché non vi sarete resi conto che, con tutto l’amore e la lealtà di cui il suo cuore era capace, egli sposò Madonna Povertà per amore di Cristo. Egli considerava la povertà non come una disgrazia ma come un titolo di gloria. Essa era per lui Madonna Povertà. L’ossequiare il denaro, il dedicare tutta la propria vita al denaro, il darsi al denaro: quello era l’inganno, in ogni modo: il farlo con gli occhi aperti, quella era l’apostasia e la degradazione. E questo non perché egli vedesse, da un punto di vista filosofico, che l’uomo libero, l’uomo veramente ricco è colui che non si cura del denaro – era cosa che anche i pagani sapevano: gli Stoici, i Cinici, i Buddisti l’hanno compreso assai bene. E neppure volle farsi povero perché, mosso da filantropia, aveva compassione degli indigenti – una forma di compassione che spesso i bisognosi risentono amaramente. No. Francesco aveva scorto la verità, cioè che nessuno deve essere valutato per ciò che possiede ma secondo ciò che è, e ciascuno di noi è ciò che Dio vede in noi; e Dio ci giudica unicamente secondo la nostra somiglianza al Cristo. E Francesco si trovò sempre più a divenire «povero» quanto più diveniva simile a Cristo che «essendo ricco, per amor nostro si fece povero»; «Cristo non accontentò se stesso».
(Cyril Martindale, Santi, Jaca Book)

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