Vangelo del giorno meditato
«Il buon pastore dà la vita per le pecore.»

Liturgia delle ore: Ufficio delle letture
7 Maggio 2017
Liturgia delle ore: Ufficio delle letture
8 Maggio 2017

Vangelo del giorno meditato
«Il buon pastore dà la vita per le pecore.»

 

Gv 10,11-18
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Parola del Signore

 

 


 

…Meditiamo…

 

Come vivere questa Parola?

Questa settimana si apre e si connota all’insegna del capitolo 10 del Vangelo secondo san Giovanni. Lo abbiamo letto ieri, nella sua parte quasi finale. Oggi lo riprendiamo da capo. Un capitolo che si legge volentieri e con senso, in questo tempo pasquale. Si accompagna egregiamente al racconto degli Atti, che sono in questo periodo la nostra quotidiana prima lettura.

Come gli Atti degli Apostoli sono una cronaca della prima comunità cristiana, con i primi approfondimenti sul kerigma, così il capitolo 10 di Giovanni è una riflessione post pasquale sulle ipsissima verba di Gesù di una comunità già in diaspora. La memoria delle parole di Gesù, ricordate, pregate, pensate dalla prima comunità cristiana ci viene consegnata con queste pagine e aspetta la nostra rilettura, la nostra preghiera, la nostra interpretazione. Un ovile, la sua porta di ingresso, le persone che varcano la soglia di quella porta. Gesù costruisce similitudini, perché la gente che ascolti pensi e traduca nella propria vita, deducendone sensi e significati altrimenti “difficili”, inaccessibili. Nei dieci versetti che la liturgia ci offre oggi, Gesù si afferma prima come la porta e poi come il pastore. Nella primissima parte del discorso lascia intravedere la bontà del pastore che passa e viene riconosciuto dalle pecore, contro l’anonimato del mercenario, che con le pecore non ha nulla in comune. Ma prima di definirsi il pastore (quello bello!), di sé dice “Io sono la porta”. In altre parole: io sono la soglia, la differenza che marca e allo stesso tempo permette la transizione, la mediazione per la quale passa una nuova relazione, una nuova possibilità di alleanza. Poi, sono anche il pastore, che guida, sollecita, protegge.

Quel “io sono” ci ricorda che queste similitudini che Gesù si attribuisce sono da collegare a quel “io sono” del roveto ardente di Mosè. Io sono colui che sono si rivela e si specifica meglio oggi come io sono la porta, io sono il pastore. Gesù è Dio, il Dio dei Padri, il Dio sempre presente, che è in ogni momento, ma che in Cristo stesso smette di non avere volto o di averne uno che lo sguardo umano non può sostenere. Porta e pastore bello dicono chi è e com’è il nostro Dio.
Signore, quando verrò e vedrò il volto di Dio? oggi è il giorno di questa contemplazione, senza più paura, senza più veli. Il tuo volto Signore io cerco e quando lo riconosco è un volto affettuoso, paziente, rassicurante ma anche ricco di fiducia per me, per noi. Fiducia che responsabilizza, fiducia che invia, che manda. Grazie!
La voce di un monaco

Dopo i tempi dell’attesa, nella pienezza dei tempi, avendo Dio educato il suo popolo a cercarlo non negli idoli falsi, non nelle immagini manufatte dall’uomo, non nei falsi antropologici da cui gli uomini sono sedotti, ecco l’esaudimento della ricerca del volto di Dio, un esaudimento non ancora pieno: il volto di Dio, infatti, è riconoscibile “in aenigmate” (1Cor 13,12), non in un vero faccia a faccia, perché Dio, del quale l’uomo poteva parlare solo in linguaggio umano, in termini umani, si manifesta in un uomo, Gesù. La parola di Dio si fa carne (cf. Gv 1,14), si umanizza; il Dio-con-noi (Is 7,14; Mt 1,23) si fa uno di noi; il Tutt’altro (cf. Is 6,3) si fa il tutto nostro. Dio ha un volto umano, quello di Gesù di Nazaret, il figlio di Maria; Dio abita in un corpo in tutto uguale a noi (cf. Eb 4,15). Diranno i discepoli coinvolti nella sua vicenda: Noi l’abbiamo visto, dunque un volto; i nostri orecchi lo hanno udito, dunque un volto che parla; le nostre mani lo hanno palpato, dunque un corpo d’uomo.

(Casa di preghiera San Biagio)

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